ARTICOLO - Perché il matrimonio fa così paura

Sono sempre di più le coppie che scelgono di convivere. Per timore dell’impegno, voglia di “libertà” ma anche motivi economici

a cura di Viola Compostella [da Bergamo Salute - Periodico di cultura medica e benessere, Nr 5 settembre/ottobre 2014]

bg-salute-nr-5-2014-coverFiori d’arancio? No grazie. O almeno non subito. Sono sempre meno nel nostro Paese le coppie che decidono di convolare a nozze. Meglio la convivenza. Per anni, decenni, a volte per sempre. “Non cambia nulla, è come se fossimo sposati” si difendono i contrari al matrimonio. “E’ una scelta di comodo. Vuol dire che manca la volontà di impegnarsi davvero l’uno con l’altra” replicano i tradizionalisti. Quello che è certo è che il matrimonio, da almeno vent’anni, è in crisi. E anche quando ci si decide a pronunciare il fatidico sì, in un caso su quattro finisce con il divorzio o la separazione (secondo recenti dati Istat il matrimonio, in Italia, dura in media 16 anni). Ma perché oggi si è così allergici al matrimonio? E può davvero una fede al dito fare la differenza? Ci risponde la Dottoressa Tiziana Romano, psicologa e psicoterapeuta.

Dottoressa Romano, perché oggi fa così paura l’idea di sposarsi? E’ l’impegno a spaventare o ci sono altri motivi?
Il matrimonio rappresenta un’unione tra un uomo e una donna, ufficialmente sancita davanti a un ufficiale dello Stato civile o un ministro di culto: si tratta di una promessa solenne davanti a Dio e alle persone care di un impegno e di una responsabilità nei confronti del partner e della relazione. Un impegno che non poche persone, per diversi motivi, oggi hanno paura ad affrontare (questa paura ha anche un nome: gamofobia). In parte la colpa è della nostra società che spesso offre modelli che alimentano un atteggiamento superficiale di godimento delle relazioni, mettendo in secondo piano aspetti legati di più al “desiderio” che comprende la conoscenza interpersonale, l’ammirazione della diversità dell’altro/a, l’attesa e l’impegno reciproco nella relazione. I partner di una coppia oggi sono il frutto di una “società liquida”, usando le parole di Bauman, famoso sociologo polacco, in cui sono venuti meno i condizionamenti sociali (per “amore dei figli”) e religiosi (il “vincolo indissolubile”) legati al matrimonio, che garantivano continuità e solidità all’impegno coniugale, a favore di una libertà svincolata dall’accoglienza della dipendenza e della costruzione di legami. Così si è spesso incapaci di attraversare la fase di crisi e di conflitto e si preferisce trovare alternative relazionali che non mettano troppo in discussione la propria persona e da cui ci si possa svincolare in modo più veloce e sbrigativo. In molti casi è questa la motivazione che spinge a scegliere di convivere piuttosto che sposarsi. Esistono, comunque, anche altre ragioni. Tra queste, ad esempio quella economica: la crisi ha dato il suo contributo perché ha reso il lavoro più precario e instabile per cui risulta impegnativo assumersi anche l’onere delle spese di un matrimonio. Inoltre l’eventuale rottura di un matrimonio comporta anche costi economici e legali che spesso le coppie di oggi , più disincantate di fronte al “per sempre”, preferiscono non rischiare di dover affrontare. Esiste poi anche un aspetto più culturale: il matrimonio non viene più visto come un rito di passaggio e quindi ha perso la sua connotazione solenne di appartenenza reciproca dei partner per la vita e di creazione di un nuovo nucleo familiare. Tra i più giovani, spesso, c’è anche la paura di non poter vivere alcune esperienze se si è legati a una coppia tradizionale o di dover rinunciare alla seduzione che li fa sentire vivi. Infine esiste anche un’altra opzione, tipicamente italiana, e cioè la paura di lasciare la famiglia e tagliare il cordone ombelicale.

A proposito di famiglia, quanto pesa l’esempio dei genitori come coppia?
I giovani che hanno vissuto tra i genitori situazioni di separazioni, divorzi, o famiglie allargate, spesso, pur desiderando fortemente costruire un rapporto d’amore per la vita con il /la partner, anche come compensazione e/o risarcimento alle mancanze affettive vissute nella loro storia, temono di rivivere e ripetere gli stessi vissuti e fallimenti dei propri genitori (mancanza di fiducia reciproca, di comunicazione, voglia di libertà ed evasione, tradimenti). Così cercano nella convivenza un iniziale compromesso per sondare l’esperienza della condivisione. In altri casi, meno frequenti, invece, se i genitori sono molto legati, si potrebbe avere paura di non riuscire ad avere quel grado di affinità, spesso idealizzata, della coppia genitoriale.

Tanti dicono che sposati o no non cambia nulla nella coppia. E’ davvero così dal punto di vista psicologico?
Il vincolo del matrimonio, rispetto alla convivenza, è sicuramente più impegnativo a livello psicologico: se una convivenza di fronte a una crisi viene sciolta in tempi più rapidi, il matrimonio spesso comporta maggiori ripensamenti e riflessioni prima di arrivare a una sua conclusione. Rimane sempre vero comunque che se due persone decidono di sposarsi o convivere ciò che li dovrebbe legare è il sentimento d’amore che, in entrambi i casi, va coltivato con cura, cogliendo in tempo i cambiamenti e le distanze che si possono creare tra i partner senza arrivare a creare quel vuoto e silenzio che impediscono poi il ritrovarsi. Per fare durare una coppia sia nel matrimonio sia nella convivenza non bisogna mai perdere di vista la “forza positiva di questa illusione” iniziale che ha fatto innamorare entrambi i partner. La consapevolezza di un amore da entrambe le parti non dovrebbe far temere di credere nell’impegno del matrimonio, pur essendo consapevoli che questo amore dovrà vivere fasi di vicinanza e di distanza emotiva nei diversi momenti di una vita insieme. Non esiste l’armonia completa in nessuna coppia, ma ognuno ha potenzialità e limiti che vanno accettati. L’amore è un sentimento e impegno reciproco che per sua natura ha qualcosa d’inafferrabile e di misterioso per cui non è sufficiente solo prometterlo ma va riconosciuto e rinnovato nella sua quotidianità. Ed è questa la sua potenza e sorpresa!

Tiziana Romano - miodottore.it