Tra controllo e leggerezza: ansia, rigidità e flessibilità psicologica

Tra controllo e leggerezza: ansia, rigidità e flessibilità psicologica

Tra controllo e leggerezza

Le festività natalizie sono da poco concluse e con esse anche le vacanze. Un nuovo anno è incominciato portando un’ondata di buoni propositi e novità e, con esse, anche la solita ansia da prestazione. È un’ansia diffusa, spesso silenziosa, che accompagna il rientro nella quotidianità e che si manifesta nel confronto con ciò che si dovrebbe essere, fare o raggiungere. In questo clima, il controllo diventa una risposta quasi automatica: controllare il tempo, le emozioni, le scelte, le relazioni, nel tentativo di prevenire l’errore e ridurre l’incertezza.

Ansia e controllo come linguaggio emotivo

L’ansia è spesso il linguaggio emotivo del controllo. Nasce quando il bisogno di prevedere, gestire e governare la realtà diventa più forte della capacità di accettarla, di abitarla. In una società che premia l’efficienza, la coerenza e la performance, il controllo viene facilmente scambiato per sicurezza e la rigidità viene confusa con stabilità. Più si tenta di controllare ogni variabile, più il sistema interno si irrigidisce, perdendo elasticità, creatività e contatto con il piacere di vivere.

L’ansia, in questo senso, diventa strategia: il tentativo della nostra mente di prevenire una minaccia percepita quando le risorse interne vengono vissute come insufficienti. Il controllo, così, diventa un meccanismo compensatorio che investe pensieri, emozioni, corpo e relazioni. Più l’individuo si identifica con l’idea distorta di un modo corretto di essere, sentire e agire, con pattern rigidi, confortanti e sicuri, più cresce la paura di sbagliare.

Rigidità psicologica e scotomizzazione dell’esperienza

Quando il controllo si irrigidisce, prende forma una rigidità psicologica fatta di risposte automatiche e ripetitive, poco sensibili al contesto. In questo stato, la persona non risponde più alla realtà per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe essere secondo un codice interno. Spesso questo codice nasce dall’interiorizzazione di norme sociali molto forti, implicite, che definiscono cosa è giusto o sbagliato, accettabile o inaccettabile, degno o indegno.

Quando tali codici non vengono integrati con l’esperienza corporea ed emotiva, diventano strutture difensive che il controllo tenta di mantenere intatte. La conseguenza è una progressiva scotomizzazione dell’esperienza. Alcune emozioni e parti di sé vengono rimosse dalla coscienza perché percepite come incompatibili con l’immagine ideale. Rabbia, paura, desiderio, vulnerabilità vengono negate, moralizzate o silenziate. Tuttavia, ciò che viene escluso non scompare, ma continua ad agire sotto forma di tensione cronica, sintomi somatici e ansia diffusa. Il controllo, anziché proteggere, finisce per alimentare il disagio che vorrebbe contenere.

Il riso e il gioco come vie di trasformazione

In questo scenario, il riso rappresenta un atto di rottura profondamente trasformativo. Ridere significa perdere per un attimo il governo di sé, interrompere la narrazione coerente dell’io e permettere al corpo di esprimersi senza mediazione razionale. Dal punto di vista psicologico, la risata crea una frattura nella rigidità e favorisce il passaggio da uno stato di allerta a uno stato di rilascio.

Ma, soprattutto, relativizza: ciò che prima appariva grave, minaccioso o moralmente carico perde per un istante il suo peso assoluto. Ridere di sé non equivale a sminuirsi, ma a riconoscere il carattere parziale e costruito delle proprie identificazioni. In questo senso, il riso è una forma di disidentificazione sana.

Accanto al riso, anche il gioco rappresenta uno spazio fondamentale di sospensione del giudizio. Nel gioco le regole esistono, ma sono temporanee e reversibili. Si accetta l’errore, il rischio, l’imprevisto, non per controllare il risultato, ma per il piacere dell’esperienza. Recuperare una dimensione ludica significa allenare il sistema psichico alla variabilità.

Dal codice sociale al codice naturale

Uno dei nodi centrali del controllo è il rapporto rigido con ciò che è giusto e sbagliato. Quando queste categorizzazioni diventano assolute, perdono la loro funzione orientativa e si trasformano in strumenti di autosorveglianza. Navigare tra giusto e sbagliato senza scotomizzare significa riconoscere la complessità dell’esperienza umana e il ruolo del contesto.

Questo passaggio apre alla distinzione tra codice sociale e codice naturale. Il codice sociale è l’insieme di norme e aspettative necessarie alla convivenza, ma quando viene interiorizzato senza essere metabolizzato diventa una gabbia. Il codice naturale, invece, nasce dall’ascolto dell’organismo nel suo insieme e include corpo, emozioni, intuizione e pensiero.

Flessibilità come atto di maturità psicologica

Lasciarsi andare non è un momento ma un processo graduale che richiede pratica, tolleranza dell’incertezza e disponibilità a incontrare parti di sé non perfettamente allineate con l’immagine ideale. Il riso e il gioco non sono strumenti superficiali, ma vie profonde di regolazione emotiva e di libertà psichica. In un mondo che chiede controllo, scegliere la flessibilità diventa un atto di maturità psicologica.

Bibliografia

  • Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando Editore.
  • Ehrenberg, A. (2010). La fatica di essere se stessi. Einaudi.
  • Bateson, G. (1976). Verso un’ecologia della mente. Adelphi.

 

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