25 Giu La pace emotiva spaventa chi ha imparato ad amare il caos
Quando il caos diventa familiare
C’è un paradosso nella moltitudine delle relazioni contemporanee che attraversa diverse coppie: ciò che potrebbe nutrire davvero, ovvero la stabilità emotiva, viene spesso percepito come noioso, mentre ciò che destabilizza, confonde e, a volte, ferisce viene vissuto come intenso e vivo. Questo non accade per caso, ma affonda le sue radici nella storia emotiva e relazionale delle persone.
Chi è cresciuto in contesti affettivi imprevedibili, incoerenti o caotici tende a interiorizzare quel modello come familiare. Non necessariamente come piacevole, ma come riconoscibile. In questo senso, il caos diventa casa. Relazioni segnate da alti e bassi, presenza e assenza, vicinanza e ritiro, generano una continua attivazione emotiva che il cervello interpreta come coinvolgimento. In realtà, spesso si tratta di un’attivazione legata all’ansia e all’incertezza, che produce una risposta dopaminergica: un’alternanza di attesa e gratificazione che può diventare quasi “dipendenza affettiva”.
La stabilità, al contrario, può risultare noia. Una relazione coerente, prevedibile, in cui l’altro è presente senza ambiguità, può essere vissuta in questo senso come piatta. Non perché lo sia davvero, ma perché non attiva quegli stessi circuiti di allerta a cui si è relazionalmente abituati. È come se mancasse qualcosa.
Attaccamento insicuro e scelta dei partner
Dal punto di vista dell’attaccamento, queste dinamiche sono ben spiegate dai modelli disorganizzati o insicuri. Se una figura di riferimento, come un genitore, è stata contemporaneamente fonte di cura e di paura, il bambino sviluppa una rappresentazione ambivalente della relazione: desidera vicinanza ma teme l’abbandono o il rifiuto.
Da adulto, può inconsapevolmente cercare partner che riattivano questo schema, non per soffrire, ma per tentare, ancora una volta, di risolvere quel conflitto originario. In questo senso, la scelta di partner “tossici” non è mai casuale. Può rappresentare un tentativo di dare senso a un’esperienza passata, di riscrivere un copione antico.
La madre emotivamente instabile, il padre distante o imprevedibile, diventano modelli interiori che guidano, spesso inconsciamente, le scelte affettive. Non si cerca tanto l’altro per quello che è, ma per quello che rappresenta.
La dinamica presenza-assenza nelle relazioni disfunzionali
Una delle dinamiche più frequenti nelle relazioni disfunzionali è quella della presenza-assenza. Il legame non si costruisce sulla conoscenza reciproca, sulla condivisione e sul dialogo, ma sull’alternanza: ci sei, poi sparisci, poi torni.
Questa oscillazione mantiene viva la tensione, ma impedisce la profondità. È un loop che tiene la relazione in superficie, alimentando il desiderio senza mai trasformarlo in reale intimità.
Perché oggi la pace emotiva sembra meno attraente
Oggi, questo schema, sembra amplificato dal contesto sociale. Viviamo in una società veloce, performativa, in cui il tempo dedicato alla costruzione emotiva delle relazioni si riduce sempre di più.
La comunicazione diventa frammentata o diretta, spesso mediata da strumenti digitali che facilitano il contatto ma impoveriscono la presenza. Si parla molto, ma ci si incontra sempre meno.
L’orientamento sempre più narcisistico della cultura contemporanea, inoltre, spinge verso relazioni basate sulla conferma del proprio valore piuttosto che sull’incontro autentico con l’altro, con la differenza. Se l’obiettivo è dimostrare qualcosa, ovvero di essere desiderabili, interessanti, “giusti”, diventa difficile mostrarsi vulnerabili.
E senza vulnerabilità, non c’è vera intimità.
In questo scenario, la ricerca della dopamina prende il sopravvento: si cercano stimoli, emozioni forti, conferme rapide. Ma queste esperienze, per loro natura, sono effimere. Non costruiscono e non radicano; alimentano l’ego più che il legame.
Con questo non si vuole demonizzare l’intensità o il desiderio di vitalità nelle relazioni; al contrario, una componente di gioco, di sorpresa, di passione è fondamentale. Il punto non è scegliere tra caos e stabilità, ma riuscire a integrare i due aspetti in maniera funzionale.
Costruire una relazione matura non significa rinunciare alla spontaneità o alla creatività, ma imparare a tenerle insieme a una base solida di fiducia e coerenza.
Imparare ad amare senza caos
È qui che entra in gioco una parte più adulta del sé, capace di tollerare la calma senza viverla come vuoto, di riconoscere la sicurezza senza scambiarla per monotonia.
Allo stesso tempo, è importante non soffocare il “bambino interno”, quella parte vitale, curiosa, che cerca gioco e piacere. Una relazione sana è quella che riesce a dare spazio a entrambe queste dimensioni.
Il lavoro psicoterapeutico può aiutare proprio in questo processo di integrazione. Riconoscere i propri schemi relazionali, comprenderne l’origine, e soprattutto imparare a tollerare nuove forme di esperienza affettiva, è un passaggio fondamentale.
Spesso, all’inizio, la stabilità può davvero sembrare noiosa. Ma con il tempo, può rivelarsi profondamente nutriente.
Imparare ad amare senza caos è, in fondo, un atto rivoluzionario. Significa uscire da copioni automatici, rinunciare a ciò che è familiare ma doloroso, e aprirsi a qualcosa di nuovo. Non sempre facile, ma possibile.
E forse, più che noiosa, per alcune persone, la pace emotiva è semplicemente qualcosa che hanno ancora imparato a riconoscere come casa.
Bibliografia
- Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Raffaello Cortina Editore.
- Liotti, G. (2001). Le disorganizzazioni dell’attaccamento. Cortina Editore.
- Fonagy, P., Target, M. (2003). Psicoterapia e teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore.
- Siegel, D. J. (2013). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Raffaello Cortina Editore.
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