Sindrome del burnout: estate 2021 voglia di una pausa

Sindrome del burnout: estate 2021 voglia di una pausa

Che cos’è la sindrome del burnout

La sindrome del burnout si riferisce a una condizione di forte stress ed esaurimento a causa del carico di lavoro e della difficoltà nel gestirlo.

La traduzione di questo termine in italiano significa “surriscaldato, bruciato o scoppiato”, indicando una condizione in cui si arriva al limite, non sapendo pi come far fronte a importanti carichi di lavoro.

Una tale denominazione comparsa per la prima volta nel panorama della psicologia clinica negli anni ’70 con riferimento a tutte quelle professioni che consistono nel prestare aiuto o assistenza, soprattutto durante le emergenze.

Si tratta di professioni riferite al personale sanitario, ai vigili del fuoco, a poliziotti, psicologi, assistenti sociali, insegnanti.

Queste stesse professioni, che sono esposte alla sofferenza più o meno quotidianamente, possono essere interessate dal burnout al punto che i lavoratori possono cadere in uno stato di stanchezza pesante, che compromette la qualità della vita.

In tempi di pandemia la sindrome del burnout è tornata di prepotente attualità, alla luce delle vicende vissute da molte categorie lavorative che hanno dovuto sostenere un’emergenza sanitaria senza precedenti nell’era contemporanea.

Le categorie più colpite sono state quelle sanitarie di medici e infermieri, ma ai tempi nostri anche quelle che hanno dovuto adattarsi allo smart working, che, anche se considerato “lavoro agile”, è stato svolto in condizioni di chiusura sociale, paura di essere infettati, gestione contestuale del ménage famigliare e delle tensioni inevitabili che la paura e l’incertezza hanno generato.

Si può affermare che, tra coloro che hanno continuato a lavorare durante la pandemia, una buona percentuale ha manifestato sintomi da esaurimento lavorativo più o meno accentuati.

I sintomi della sindrome del burnout

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il burnout come sindrome da distress lavorativo nel 2019, individuando anche la sintomatologia che caratterizza questo stato psicofisico portato alle estreme conseguenze.

E’ bene precisare che i sintomi non compaiono all’improvviso, ma seguono un andamento graduale che porta il soggetto ad accusare progressivamente problemi di gestione nell’ambito lavorativo e quindi anche nella vita di relazione.

Le prime manifestazioni di tale disagio sono di natura psicosomatica e consistono in mal di testa, insonnia, difficoltà a recuperare le energie, anche dopo il riposo, e mal di stomaco.
Sono sintomi che è difficile associare alla sindrome di burnout in quanto molto comuni, ma che non devono essere sottovalutati.

Lo stress lavorativo può portare con il tempo a scarso interesse per la propria attività, alla sensazione di sentirsi inadeguati, alla mancanza di motivazione personale.

Altri sintomi possono essere l’apatia, il nervosismo, la rabbia, i sensi di colpa, il pessimismo e la depressione, fino a manifestazioni fisiche come nausea, vomito, tachicardia e difficoltà di respirazione dovuta a uno stato ansioso.

La persona interessata da questa sindrome sembra quindi perdere qualsiasi interesse anche al di fuori dell’ambito lavorativo.

Tutto questo viene classificato convenzionalmente in 4 fasi che identificano l’aggravarsi del problema.

La prima è quella nella quale non vi è ombra dei disagi che si manifesteranno di li a poco e, anzi, c’è una predisposizione entusiastica e che guarda al futuro.

Durante la seconda fase il soggetto si sente insoddisfatto del proprio lavoro in quanto non risponde ai suoi bisogni e non lo stimola.

La terza fase è quella quando ci si rende conto di non sentirsi più in grado di essere utili agli altri, che siano colleghi, clienti, alunni o pazienti.

Si innesta quindi uno stato di frustrazione che porta al desiderio di lasciare il proprio lavoro o comunque di abbandonare un certo ambiente ormai ostile e fonte di grande sofferenza.

Correlazione della sindrome del burnout con la pandemia

La pandemia ci ha mostrato come ognuno affronta in modo soggettivo un evento eccezionale ed emergenziale come questo, che mette a dura prova la tenuta emotiva e la forza di reagire a qualcosa di sconosciuto, minaccioso e indeterminato, come può essere il rischio della morte a causa di un “nemico invisibile”, come un virus per cui non c’è cura.

Allo stesso modo i carichi di lavoro possono essere sopportati e gestiti brillantemente da alcuni, mentre per altri e in condizioni contestuali difficili  sono impossibili da affrontare.

Esiste infatti quello stress “positivo” e fisiologico messo in atto per trovare le risorse a fronte di un problema, che è noto anche come eustress. Al contrario, c’è anche la forma emotivamente e fisicamente logorante che è detta, appunto, distress a causa della tensione prolungata.

In questo contesto si inquadrano quei fattori predisponenti che possono in qualche modo favorire e aggravare la sindrome del burnout.

La mancanza di sostegno da parte del nucleo famigliare e della cerchia amicale o dei colleghi stessi di lavoro, la natura dell’attività (per esempio i medici), o le condizioni di lavoro con turni troppo lunghi, decisioni gravose da prendere o grosse responsabilità, retribuzione insoddisfacente sono tutti cumulabili a uno stato di esaurimento che sfugge di mano.

La pandemia, come accennato, ha accentuato il disagio vissuto da diverse categorie lavorative, ampliando in modo significativo la platea di chi si è visto travolto da un lavoro che lo ha letteralmente “consumato”, con riferimento alle risorse e alle energie.

I motivi sono diversi e tutti riferibili alle condizioni di lavoro che ha determinato l’emergenza sanitaria, non solo per il personale sanitario, ma anche per altre categorie e per chi ha lavorato da casa e ha visto la giornata lavorativa dilatarsi.

Molti hanno sofferto l’impossibilità di definire le ore nelle quali dalla propria abitazione si dedicavano alla professione, finendo per penalizzare il tempo dedicato alla famiglia, allo svago e al riposo.

Lo smart working li ha portati a non essere capaci di staccare realmente dalla propria attività, tra mail, telefonate, riunioni online, contatti con i clienti.

Un turbine e una difficoltà di gestione e divisione dei tempi che per tanti ha significato il crollo della capacità di far fronte al fascio di ruoli a cui ognuno è chiamato.

Come prevenire e affrontare la sindrome del burnout

L’allentamento delle misure di prevenzione, grazie all’aumento della popolazione vaccinata, ha permesso di assaporare finalmente qualche sprazzo di ritorno alla vita normale.

Ecco perché per chi ha sofferto in modo più o meno grave della sindrome del burnout c’è voglia di uscire, di andare in vacanza , di distrarsi per recuperare i propri spazi, le passioni e la “semplice” libertà non più scontata di spostarsi senza limitazioni.

Già questo desiderio di “tornare alla vita” è un segno positivo che indica quanto è importante riuscire a staccare dal lavoro e ridimensionare anche lo svolgimento delle proprie mansioni, mettendo un freno a tutto ciò che è eccessivo rispetto alle proprie risorse.

C’è chi però non è ancora pronto e ha bisogno di tempo per recuperare un minimo di serenità e di fiducia in sé stesso e anche nel proprio lavoro.

La sindrome del burnout si può prevenire facendo attenzione a non superare mai il proprio limite di sopportazione del carico lavorativo, fermandosi prima, con uno slancio di amor proprio.

Nei casi in cui questo stato di sofferenza e stanchezza cronico si è già innestato è importante chiedere aiuto a un professionista esperto, come uno psicoterapeuta.

Nello stesso tempo è importante confrontarsi con i colleghi, i superiori o il datore di lavoro verificando se hanno riscontrato le stesse problematiche.

È essenziale “staccare” prendendo una vacanza in questa estate 2021 e beneficiare di una pausa o un periodo di riposo, ma anche cambiare la propria forma mentis senza pretendere troppo da se stessi, imparare a dire no e accettare l’aiuto altrui.

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